Negli ultimi mesi mi è successo qualcosa di curioso.
Dopo una serie di incontri, call, workshop, confronti con architetti, designer, studi molto diversi tra loro, mi sono resa conto che prima ancora di parlare di comunicazione… stavamo comunicando.
Non strategie. Non strumenti. Non post. Persone.
E da qui nasce una decisione: rimetterci la faccia, letteralmente.
Riprendere il podcast di thus, più umano, meno performativo, più vero.
Parlare di comunicazione come relazione, non come vetrina.
E per farlo, come spesso mi succede, sono tornata alle parole.
Perché io parto sempre dall’etimologia
Vengo da un liceo scientifico. Cinque anni di latino. E una professoressa di italiano molto esigente che ci faceva una domanda apparentemente semplice, ma spiazzante:
“Qual è l’etimologia di questa parola?” Qualsiasi parola. Sempre. All’epoca mi sembrava un esercizio quasi ossessivo. Col tempo ho capito che era un allenamento al pensiero. Perché le parole non nascono a caso. Sono strumenti che gli esseri umani hanno inventato per stare in relazione, prima in modo primordiale, poi sempre più complesso. E ogni parola, se la scavi, ti dice qualcosa di più vero di quello che usiamo ogni giorno.
Cosa vuol dire davvero “comunicare”
La parola comunicare deriva dal latino communicare. E significa mettere in comune, condividere, rendere partecipe. Ma c’è un passaggio ancora più interessante.
Communicare nasce da communis: ciò che è comune, condiviso, ciò che appartiene a più persone. Quindi, all’origine, comunicare non voleva dire trasmettere un messaggio. Non voleva dire spiegare. Non voleva dire “parlare a qualcuno”. Voleva dire creare uno spazio comune. Un terreno condiviso di senso, esperienza, intenzione.
Ed è qui che cambia tutto. Perché in questa radice non c’è l’idea di un atto unidirezionale, ma di una relazione. Non qualcuno che parla e qualcuno che ascolta. Ma persone che costruiscono qualcosa insieme. Per questo mi piace dirlo in modo semplice:
Comunicare non è farsi sentire.
È mettere in comune.
E, se vogliamo essere un po’ più provocatori: se non c’è condivisione, non c’è comunicazione.
Ed è da qui che nascono i nostri workshop
Ci si siede.
A volte davanti a una call, a volte di persona. E la prima cosa che succede è quasi sempre questa: qualcuno sospira e dice “Non ci avevo mai pensato”.
Parliamo di:
– identità
– visione
– paure
– blocchi
– cose che funzionano ma non convincono
– cose che convincono ma non vengono mai raccontate
Si ride. Spesso. Perché a un certo punto ci si riconosce in dinamiche comuni: il sito fermo da anni, il post pubblicato “perché bisogna”,
a sensazione di comunicare tanto ma dire poco.
Non analizziamo solo cosa uno studio comunica. Ma perché lo fa. E soprattutto per chi.
È in quel momento che succede la cosa interessante: si crea davvero uno spazio comune.
Non c’è il consulente che spiega e il cliente che ascolta. C’è una relazione che prende forma. Una narrazione che comincia a emergere.
E no, non è mai noioso. È sorprendentemente divertente. Perché quando smetti di “dover comunicare” e inizi a condividere, tutto diventa più leggero.
Perché riparte il podcast
Questo blog, questo canale, il podcast che sta per tornare, nascono da qui. Dal bisogno di parlare di comunicazione in modo umano. Di dire che non esiste la formula perfetta. Che comunicare non è urlare più forte, ma scegliere cosa mettere in comune. Metterci la faccia non è una strategia. È una presa di posizione.
E da qui in poi, ripartiamo così: con le parole, con le storie, con le relazioni.
Perché, alla fine, ogni studio comunica. Anche quando pensa di non farlo.
La differenza sta nel farlo con intenzione.
Se anche tu senti che la comunicazione non è solo “farsi vedere”, ma mettere in comune qualcosa di vero, resta qui.
Nei prossimi contenuti, nei post, nel podcast che sta per tornare, parleremo di parole, progetti, identità e relazioni. Senza formule magiche. Con intenzione.
Se ti va di costruire questo spazio insieme, sei nel posto giusto.

